Qualche giorno fa, ha fatto molto parlare la notizia della conferma, da parte della Cassazione, della condanna per diffamazione con Valerio Scanu parte lesa. La condanna in via definitiva è arrivata nei confronti del collega Fabri Fibra (e della casa discografica Universal Music Italia). Ora, ospite di Caterina Balivo a La Volta Buona, ne ha parlato Scanu stesso.
L'ex cantante di Amici (nonché vincitore di Sanremo nel 2010) ha spiegato esattamente come sono andate le cose: "Le varie parti risarcitorie si sono concluse più di qualche anno fa, adesso non devo prendere niente", ha subito chiarito Scanu. Il quale poi ha aggiunto: "Semplicemente la cassazione è l'ultimo grado di giudizio al quale si sono appellati per vedere se ci fossero stati errori durante il processo e non ci sono stati. Lì si tratta d un ragazzo di 23 anni, perché io all'epoca ne avevo 23, che a un certo punto viene attaccato sui social. Io non sapevo neanche di questa canzone perché non seguo l'artista e me ne dicevano di ogni".
Robe indicibili in tv, è deplorevole e brutto - ha continuato Scanu -. In questo testo venivo citato in mezzo a uno scenario osceno. Da lì è partita una causa, prima penale e poi civile. Devo dire che quella penale... la mia controparte non ha fatto appello con la condanna in primo grado. Quando inizi a toccare le tasche allora iniziano a fare i ricorsi".
Infine Valerio Scanu ha concluso: "Sostanzialmente oggi se non fai così, se non tocchi le tasche, alla gente neanche frega niente. La libertà d'espressione va bene in tutte le sue forme purché non vada a ledere la dignità altrui. Oggi mi rendo conto che non siamo ancora un Paese totalmente civile perché continuano ad arrivare insulti. E io continuerà a querelarvi".
Perché Fabri Fibra è stato condannato Come mai il noto rapper è stato condannato? Il motivo è molto semplice. Nel brano "A me di te", del 2013, erano presenti insulti e frasi denigratorie nei confronti di Scanu, che subito aveva deciso di passare per vie legali.
Il lungo processo si è concluso ora con la conferma da parte della Cassazione della sentenza emessa dal tribunale di Milano nel 2016. I giudici della Corte Suprema hanno condannato in via definitiva Fabrizio Tarducci - questo il vero nome del rapper - e la Universal Music Italia, casa discografica che pubblicò l'album in cui era pubblicata la canzone incriminata, al risarcimento di 70 mila euro per "la risonanza mediatica ottenuta dal brano; l'elevata notorietà del diffamante e l'elevato pregiudizio derivato al diffamato dalle modalità degradanti con cui è stato descritto nel testo".

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